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Berlinale 74 e il cinema asiatico

È letteralmente un cammino spirituale quello di Abiding Nowhere di Tsai Ming-Liang, presentato nella sezione Berlinale Special del 74° Festival di Berlino. Un film che fa parte della serie del “camminatore” in corso di realizzazione da parte del regista taiwanese di Vive l’amour, Il fiume, Stray Dogs o Days – Rizi. Tra i precedenti He Chu girato a Parigi passando per il Centre Pompidou, un’operazione simile a questa, promossa dal National Musem of Asian Art di Washington DC. Il camminatore è ancora l’attore feticcio di Tsai, ovvero Lee Kang-Sheng, monaco vestito di rosso che si muove molto lentamente come nei precedenti. Stavolta in parallelo c’è la vicenda di un altro uomo di origine asiatica, Anong Houngheuangsy che era già coprotagonista di Days e di cui il regista riprende lo schema. Entrambi partono dal greto di un fiume per poi avviarsi verso le loro strade, con passi diversi. Il giovane è uno come tanti, forse un turista, forse un lavoratore emigrato, forse un impiegato in un’organizzazione internazionale nella capitale, si prende i suoi tempi, attraversa la città, visita il museo, si ferma davanti ad alcune opere provenienti da India o Giappone e prosegue verso casa. Il bonzo percorre alcuni luoghi iconici della città, anche con l’obelisco sullo sfondo, e procede in contrasto con i ritmi metropolitani, in mezzo a gente che va di fretta o discute animatamente e sembra non accorgersi del suo passaggio. Da parte sua il monaco è distante da ogni turbamento umano e sembra procedere verso l’ascensione spirituale. Un film essenziale e ascetico, senza parole e senza spiegazioni, lento e meditativo. Potrebbe essere pensato anche come un’installazione, ma non sarebbe affatto la stessa cosa: si perderebbe l’immersione, il coinvolgimento e la dimensione mistica e spirituale, lasciando solo quella estetica, comunque sempre molto apprezzabile nel cinema di Tsai. Il minimalismo del regista si vede anche nel sonoro, affidato quasi unicamente ai suoni della metropoli, con solo un brano di musica tibetana.

Sempre dall’Asia forse il migliore tra i film in concorso, Yeohaengjaui pilyo – A Traveler’s Needs del coreano Hong Sang-Soo. Cineasta molto prolifico, con una trentina di lungometraggi in neanche tre decenni, ha elaborato uno stile molto personale e riconoscibile che sta affinando anch’egli all’insegna del minimalismo. Hong si occupa di quasi tutti gli aspetti della realizzazione, senza curarsi di piccoli errori fotografici, preoccupandosi più dell’atmosfera generale. È riconoscibile in tutto la mano del regista, forse il più europeo dei coreani, ma senza furbate o inseguimento di mode. Il cineasta prosegue il suo percorso con sincerità, con variazioni sui temi che non cadono quasi mai nella ripetizione: Hong non va sul sicuro, quanto resta coerentemente nel suo mondo. Qui la protagonista è la francese Iris (Isabelle Huppert che aveva già lavorato con il regista ed è ovviamente prefetta), una misteriosa donna senza passato.
La donna si trova in Corea per ragioni che non si conoscono, si è reinventata come insegnante di lingue con un metodo tutto suo. Gira di casa in casa per incontrare allieve e future allieve e beve makgeolli (il tradizionale vino di riso) in abbondanza. Ciascun episodio ha qualcosa che si ripete (un discorso oppure la musica) con piccole variazioni, elemento ricorrente nel cinema di Hong quanto le chiacchiere, le bevute o la presenza di persone che lavorano nell’ambito del cinema (in questo caso una coppia di produttori). Di Iris si scopre molto poco, forse è un’opportunista molto furba o forse è anch’ella alla ricerca dell’illuminazione come afferma il giovane che la ospita, certamente affascinato da lei. Tra i segni che il regista disperde qua e là ci sono le poesie sui muri della città che la protagonista nota e cerca di farsi tradurre. Un altro film all’insegna dell’incontro tra culture, che forse si alimenta dagli spazi di incomprensione o fraintendimento o di non precisa corrispondenza.

da Berlino, Nicola Falcinella

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